L’aumento della disoccupazione non è la sola conseguenza della crisi sul mercato del lavoro italiano. Si aggiunge anche una diminuzione dell’utilizzo della forza lavoro occupata. Ne è un esempio il massiccio ricorso alla cassa integrazione. Ripercussioni anche sulla qualità della domanda di lavoro.

 

Il lavoro in crisi

   Le conseguenze della crisi economica sul mercato del lavoro italiano non si limitano alla sola contrazione occupazionale e all’aumento del tasso di disoccupazione. Tanto la quota di occupati che quella di disoccupati nascondono una realtà per certi versi ancora più drammatica. Il Rapporto di monitoraggio sul mercato del lavoro 2014,  pubblicato dall’Isfol, mostra come la distruzione di posti di lavoro sia stata accompagnata, negli ultimi anni, da una contrazione anche dell’utilizzo della forza lavoro occupata, sia in termini intensivi che qualitativi.
 

   Le statistiche fornite dall’Istat indicano che dagli anni Duemila in poi il volume di ore lavorate pro capite è andato costantemente diminuendo, pur con una crescita degli occupati totali e delle unità di lavoro equivalente (anche in virtù dell’apertura della legislazione sul mercato del lavoro a forme contrattuali più flessibili). Tra il 2007 e il 2008 le ore lavorate per occupato, però, si contraggono drasticamente, sfiorando prima la soglia delle 1.800 ore a persona, per poi posizionarsi costantemente al di sotto di questo valore.


   Al contempo, l’andamento delle curve relative alle unità di lavoro equivalente e al volume degli occupati segnano anch’esse una repentina inversione di tendenza, ma con la curva delle unità di lavoro equivalenti (che misura il complesso del lavoro utilizzato) che si mantiene al di sotto di quella degli occupati e da questa si allontana progressivamente; segno, appunto, di una riduzione delle ore medie lavorate per individuo.

 

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   Sono le conseguenze della crisi economica, che ha portato a una marcata riduzione delle ore di lavoro complessive, ma non a una contrazione dell’occupazione altrettanto forte. Le imprese hanno massicciamente fatto ricorso alle cosiddette politiche di labour hoarding, ovvero quegli interventi tesi a trattenere l’occupazione in eccesso rispetto ai fabbisogni di produzione. Tali interventi si sono esplicitati in primo luogo attraverso il massiccio ricorso al sistema della cassa integrazione guadagni, e della Cig in deroga in particolare, ma anche attraverso una riduzione dell’orario di lavoro, soprattutto tramite il ricorso al part-time involontario.


   In sostanza, esiste oggi una quota di forza lavoro che opera al di sotto delle proprie potenzialità, contribuendo sì a sostenere il tasso di occupazione (i lavoratori in cassa integrazione a zero ore non vengono conteggiati tra i disoccupati), ma nello stesso tempo nascondendo, agli occhi della statistica, una massa di persone potenzialmente annoverabili tra i disoccupati.

 

Cala la richiesta di lavoro qualificato

   Parallelamente, gli effetti della crisi hanno avuto ripercussioni anche sulla qualità della domanda di lavoro, attraverso un processo di job-reallocation verso profili professionali più bassi. Tra il 2007 e il 2013, in Italia l’occupazione tra i 15 e i 64 anni è diminuita di 852mila unità; ebbene, il valore risulta da un saldo la cui componente negativa è tutta da ricondurre alle professioni maggiormente qualificate che, nei sei anni presi in esame, si sono contratte di 1 milione e 427mila unità, vale a dire del 15,7 per cento rispetto all’inizio del periodo. Al contrario, i lavoratori occupati in professioni di profilo intermedio e non qualificate sono aumentati, rispettivamente, di 216mila e 359mila unità. La riallocazione ha determinato un aumento della quota di occupati overeducated, ovvero lavoratori che si trovano a ricoprire posizioni per le quali, generalmente, si richiede un titolo di studio inferiore a quello posseduto.

 

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   Nel 2013 il 7,4 per cento degli occupati italiani era sovra-istruito: rispetto alla media europea, il valore risulta relativamente basso. Ma l’Italia, insieme alla Grecia, presenta la variazione assoluta più elevata dal 2007 per questa particolare categoria di occupati, con aumenti molto più consistenti di quelli riscontrati in altri paesi europei e in controtendenza con quanto registrato in Germania e Danimarca, dove la quota di occupati overeducated è diminuita (grafico 2). Al di là delle ragioni che determinano il fenomeno dei lavoratori sovra-istruiti, in parte riconducibile a un non corretto allineamento tra la scelta dei percorsi di istruzione (e la sua qualità) e le esigenze del sistema produttivo, la variazione delinea un arretramento della domanda di lavoro anche in termini di competenze richieste.

   In definitiva, il quadro che emerge evidenzia un clima di grande incertezza, che determina un’occupazione solo parzialmente utilizzata rispetto alle sue potenzialità. Ciò non potrà non avere conseguenze sulle prospettive di crescita futura. Quando la ripresa rimetterà in movimento il mercato del lavoro, gli effetti sull’occupazione saranno, almeno inizialmente, moderati: gli imprenditori, prima di procedere a nuove assunzioni, “riporteranno a regime” il volume di occupazione sotto utilizzato. In secondo luogo, i dati sull’overeducation sembrano mostrare che il sistema produttivo si sta posizionando, almeno in parte, su profili professionali meno qualificati, e quindi con produttività più bassa, di quelli precedenti la crisi economica. Il rischio è che così l’Italia non riesca ad agganciare il treno della ripresa, incapace di competere con paesi che hanno impostato il loro cammino di sviluppo lungo direttrici più coerenti con l’idea di “crescita intelligente” prospettata dalla strategia europea.

Guido Baronio -- laVoce.info 

Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) militants were given more than 100,000 fake Turkish passports in order to travel to Turkey and then enter Syria to join ISIL, a daily reported on Thursday.

According to a story in the Meydan daily, A.G., an aide of Nurali T., a Uyghur Turk working for ISIL to provide militants with passports worldwide, Nurali T.'s office in İstanbul's Zeytinburnu district functions as an ISIL passport office. Each passport was sold for $200, A.G. told Meydan.

More than 50,000 Uyghur Turks came to Turkey with these fake passports from China via Thailand and Malaysia and entered Syria after staying a day in İstanbul, Meydan reported. A.G. claimed that most of the Uyghurs with fake passports were caught by police in Turkish airports but they were released in Turkey after their passports were seized. “The Uyghurs' release in Turkey is due to a secret [little-known] Turkish law on Uyghur Turks. More than 50,000 Uyghurs joined ISIL through this method,” A.G. added.

Today's Zaman, 9/04/15

 
Si può misurare la meritocrazia? Si può cercare di farlo costruendo un indicatore che sintetizza le varie dimensioni in cui si articola un sistema sociale ed economico orientato, appunto, alla promozione del merito. Rispetto agli altri paesi europei, i risultati dell’Italia sono sconfortanti.

La meritocrazia

   Il concetto di “meritocrazia” è molto utilizzato nel dibattito pubblico, non solo dai giornalisti, ma anche da imprenditori, politici, insegnanti e qualche volta anche dai sindacalisti. Il termine è certamente sfuggente, controverso e si presta a numerose polemiche; tuttavia, almeno in linea di principio, tutti concordano che in Italia di “meritocrazia” ve ne sia poca.

   Dal punto di vista economico, la carenza di merito si associa all’idea di un sistema poco efficiente, perché non consente un’allocazione ottimale delle risorse, cioè di far giungere nel posto giusto chi può svolgere meglio quel ruolo. Tutto ciò finisce per comprimere la mobilità sociale, come molti studi documentano, facendo dipendere gli esiti individuali più da caratteri ascrittivi (genere, luogo e famiglia di origine) che acquisitivi (impegno personale, competenze e capacità).

   Chiunque provi, però, a proporre una misura della “meritocrazia” si avventura su un terreno minato. Da un lato, ognuno ha una propria idea di cosa si debba inserire in tale concetto; dall’altro, tecnicamente, si tratta in effetti di una grandezza complessa e multidimensionale. Inoltre, manca una vera e solida discussione pubblica su cosa sia il merito nella sua natura plurale (Kenneth. J. Arrow, Samuel Bowles e Steven. N. Durlauf: “Meritocracy and Economic Inequality”).

   Qui, presentando in sintesi un lavoro più ampio, ci concentriamo sulle condizioni “meritocratiche” del sistema in cui si opera. Più nello specifico, per “meritocratico” intendiamo un contesto che consenta alle doti e alla progettualità di ciascuno, indipendentemente dalle condizioni di partenza e di appartenenza, di arrivare a rendere al meglio nel mercato del lavoro e nei luoghi di rappresentanza, in coerenza con il tema dell’uguaglianza delle opportunità (sviluppato, innanzitutto, da John Roemer).

   Il nostro esercizio permette quantomeno di iniziare a dare un riscontro empirico e operativo a un concetto utilizzato spesso in modo vago e quindi anche strumentale.

La misura

   La misura di meritocrazia da noi proposta (“meritometro”) corrisponde operativamente a un indicatore complesso che deriva dalla sintesi di varie dimensioni in cui si articola un sistema sociale ed economico orientato alla promozione del merito nell’accezione sopra indicata (si veda la tabella 1).
Per farlo, abbiamo adottato una procedura standardizzata e trasparente (che ha previsto anche un confronto tra esperti attraverso il metodo Delphi).

      L’esito ha portato a identificare le dimensioni (connesse soprattutto alle opportunità di partenza e alla possibilità per tutti di esprimere liberamente le proprie potenzialità) e l’insieme di indicatori più idonei, in grado di rispettare alcuni requisiti: essere disponibili e riconosciuti, consentire confronti nel tempo e nello spazio, derivare da una fonte autorevole e continuamente aggiornata (in primis, Ocse e Eurostat). Si è poi proceduto a sintetizzare le dimensioni in un unico indicatore, previa standardizzazione e assegnando un peso omogeneo. Per verificare la robustezza, l’esito finale è stato poi messo a confronto con soluzioni diverse sul tipo di sintesi e si è verificato che ranking tra i paesi e distanze non dipendessero da ciascun singolo indicatore. In altre parole, la critica su un singolo indicatore e la sua eventuale esclusione non inficiano il risultato finale.
Maggiori dettagli sul nostro lavoro, comunque, si possono trovare qui.

Tabella 1 – Dimensioni e indicatori utilizzati per costruire il “meritometro”

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I risultati

   In ambito europeo, considerando dodici realtà nazionali per le quali risultava disponibile il set completo dei dati, i paesi più “meritocratici” risultano essere quelli scandinavi, seguiti da Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Austria e Francia (grafico 1).
L’Italia è in ultima posizione, con un punteggio di 23,3 pari a meno della metà della Finlandia (67,7), paese europeo più virtuoso, ma anche inferiore di dieci punti alla Spagna (34,9) e perfino alla Polonia (38,8).

   Nel complesso, la posizione del nostro paese nel raffronto europeo appare sconfortante. Siamo ultimi nella classifica generale, ma anche in quelle relative a quasi tutte le singole dimensioni.
Ne risulta la fotografia di una società sostanzialmente “opaca” nei meccanismi di selezione, con una bassa mobilità e un sistema di regole poco trasparente.

   La procedura di misurazione qui proposta va intesa come un tentativo aperto alla discussione e a miglioramenti, che consente di avere un primo riscontro empirico della posizione relativa in cui si trova l’Italia rispetto ad altri paesi. La nostra convinzione, in ogni caso, è che monitorare questo indicatore aiuti a capire quanto siamo sulla buona strada nel cercare di diventare, nel complesso, un paese più efficiente, più competitivo a livello internazionale, più attrattivo per gli investimenti dall’estero, con meno diseguaglianze sociali e generazionali.

Grafico 1 – Il “meritometro” in dodici paesi europei (anno 2014)

Meritometro

   Je me revoyais dans cette vieille et douce maison où mon seul souci était de quelle couleur je devais colorer mon dessin. Ouma (ma mère) n’arrêtait pas sa besogne de fourmi qu'elle a commencée très tôt. A la voir, on aurait dit une abeille qui tournait en rond. Je revoyais mon frère Abdelkader accroupis devant le "carré" de billes. Ma petite sœur rabi yarhamha nous regardait jouer.

   J'entends encore les lourds pas de mon père si Yahia rabi yarhmou, un homme très grave qui ne montrait jamais ce qu'il avait dans la tête. Il parlait très peu. Je ne l'ai jamais vu sourire. Il était l'opposé de ma mère Aicha, elle était un livre ouvert. Elle ne pouvait rien cacher. Dans cette grande maison, d'autres personnes cohabitaient avec nous. Je me souviens des disputes entre ma mère et les autres femmes. Nous, on regardait, parfois, quand les disputes sont très intenses, on sortait dans la rue. 

   Je me souviens des pièges qu'on posait au bellada (moineau) dans la cour de la maison ou dans la rue. Le malheureux oiseau s'il est pris finira à la braise. Je me rappelle aussi du couscous, du leben ( petit lait), du garse ( datte écrasée), de la galette de ouma. La plupart du temps, on mangeait de la galette et du leben à midi et du couscous sans viande le soir. Un jour,  je me suis révolté et j'ai eu le courage de dire devant mon père que ce n'était pas une vie, toujours à midi le leben et la galette alors calmement, mon père me dit de changer "prends de l'eau à la place du leben". 

   Je me rappelle de nos trois chèvres attachées soit dans la minuscule asguifa ( une petite entrée ) soit carrément dans la cour.  Grâce à ces bêtes, on avait du lait et parfois de la viande. Pendant la journée, elles vont paitre avec le harrag ( troupeau de chèvres) et elles ne reviennent que le soir. Mon père leur achetait de l'herbe parfois c'est moi qui le faisait. Je me souviens du sac de rahai, sac de blé qu'on devait emmener à Rahiéte (moulin) de Bouaziz, à Ksar Al Magdar ou Rahaiète ben Lamiri au Schettet El Gharbi. 

   Mon plus grand souvenir, c'est la Mahadra, école coranique, de sidi Al Mabrouk, Schettet El Gharbi. Elle se trouvait au bout de la façade droite en allant vers l'ouest, au premier étage limitrophe de l'écurie Si Laâ ala. On était plus de cent garnements à apprendre le Coran dans des laouhates ( planche rectangulaire ). On rejoignait la mahdra très tôt le matin et le Taleb nous libérait à 7h30. Le temps de prendre un morceau de galette et un verre de café au lait et d'aller à l'école. 

   Le harrag (troupeau de chèvres) a disparu, la mahadra, je parle du local, l'écurie de Si Laâ ala, la rahia (moulin) ont subi le même sort que le séfridj et la Séguia. Mais toutes ces belles choses et tant d'autres sont des souvenirs qui vont , hélas, mourir avec ceux qui les ont vécus. 

   Taha Baha

 

   Another unhelpful op-ed from the chairman of Roubini Global Economics, as he calls himself.(Guardian, 3 April).   Again, he delved into European economics, a sector notoriously difficult to understand for Anglo-Saxon economists. After a nice but hardly original description of the economic situation in the Eurozone, Roubini concludes: "Germany needs to adopt policies – fiscal stimulus, higher spending on infrastructure and public investment, and more rapid wage growth – that would boost domestic spending and reduce the country’s external surplus. Unless, and until, Germany moves in this direction, no one should bet the farm on a more robust and sustained eurozone recovery.

   The idea behind this advice is that Germany's lavish spending would compensate thrift in Italy and Greece in order to combat deflationary tendencies in the Eurozone which block the growth needed to "grow" out of the heavy public and private debt load.  Funnily, Roubini seems to recommend a SYRIZA-style government for Germany, raising wages, pensions, stopping privatizing, helping tax dodgers to get clean at almost no cost.... Maybe, Greece and Germany should swap governments in order to save the Eurozone: Merkel to Athens, Tsipras to Berlin.

   Seriously,  Roubini should think a bit harder before doling out advice. Germany's economy is running at full speed and employment. Where would it find the manpower for additional "spending on infrastructure and public investment" ?  Import a few hundred  thousands idle Italians or Greeks to repair Autobahns and modernize school buildings?  Apart from such technical trivia, Roubini's advice boils down to inflating the Eurozone economy  by making the "healthy" countries in the North as indebted as the "sick" countries in the South.

   Mario Draghi's  quantitative easing  is already an important step toward "southernizing"  the Eurozone.  His scheme of flooding  the eocnomy  with cheap money  is possibly counter-productive as it started at a moment when the Eurozone had already begun growing. Even without Draghi's scheme, credit is already dirt cheap in Euroland; any serious and trustworthy borrower has already been served. Hopefully, Draghi recognizes that he started the scheme too late and stops it before it can do serious harm. Italians are already suspiciously jubilant about the record low "spread"  they owe to their co-national Draghi.   

Heinrich von Loesch